
IL DESERTO A CONFRONTO
Il deserto è un luogo di
confronto dove si ha l’impressione di sfidare l’ignoto, dove il
mistero di sabbia si frappone con paure al mondo conosciuto. Pensieri
volanti su percorsi in cui il vento della fantasia porta sopra gli
abissi più profondi per assaporare la vertigine e gustarla come vino
inebriante. Dentro e fuori, tra la realtà e l’immaginazione. Luogo del
silenzio, fuori dalla città oltre i confini della civiltà. Spettro
abitato da popoli abbandonati vaganti solitari con passi leggeri e
felpati sulle dune.
Uomini
che si sottraggono alla definizione di una
urbana umanità costretti loro malgrado ad una impenetrabilità non
voluta… incompresa. Configurati come loschi predoni e voleurs de
route, banditi, un tempo assalitori di carovane, oggi rapinatori di
ingenui turisti. Gente altera che racchiude una sacralità valida solo
per gli appartenenti alla tribù. Valori che non posso capire
spingendoli in una descrizione morale, che non riesco catturare in un
significato. Come un gioco una tenzone dove le regole sono instaurare
un senso attraverso il verbalizzare e la sua negazione. Come il
deserto… che è il luogo che non sembra nessun luogo. Il vuoto, il
nulla, la distanza che non offre nessun appiglio concreto. Si può
ammirare e contemplare ma non si può possedere. Così la sua gente,
prigioniera di spazi immensi, sembrano giocare tra le illusioni di un
sogno. Comunicano in un codice a me sconosciuto che mi affascina come
un bimbo che ascolta una fiaba. “Marrababik, iji fi l’bit
schar” (benvenuto, vieni nella mia casa di pelo). Invito che
spinge la mia immaginazione gradualmente dentro la visionarietà del
sogno.
Parole
che aprono il regno della fantasia, veicoli per passaggi e
attraversamenti di culture altre annullano il senso della mia
formazione e compongono nuovi ritrovamenti del sapere. Scomparsa di
una forma e rivelazione di un’altra prima creduta nemica.
L’acquisizione di una nuova realtà in un atto che riveste sacralità e
mistero. “Schuft el b’ell” (guarda la mandria di dromedari)
come pascolano costrette dall’hoggal, impastoiate tra le dune
di “sbatt” mangiano voraci gli arbusti di spine roteandoli
nella bocca per non pungersi. Gambe e ciglia lunghe sono anche
l’immagine della bellezza di una donna usata nella elevazione poetica
di questa gente. Forme incomprese che si rivelano ed acquistano il
loro valore estetico e metaforico quando si manifesta il sintomo di
contaminazione culturale. Un passaggio da una condizione all’altra,
come la scoperta di un mondo che viveva sopito nel profondo dell’anima
schiacciato da certezze inalienabili che trova un passaggio di
sublimazione. Potenzialità di rinascita come se gli occhi si
riaprissero per un nuovo inizio, visione e comprensione che mostra
qualcosa che prima non si era scorto. Come se io, riflesso in uno
specchio scopro il cambiamento del proprio viso. Deserto, luogo
iniziatico, regno della sofferenza e della morte simbolica punto di
passaggio, preludio della rinascita come per Mosè che guida la sua
tribù oltre il Mar Rosso per formare una nuova civiltà del deserto
alla continua ricerca di una terra promessa. Quel deserto
attraversato e vissuto dal popola ebraico, ostile per sete e per fame,
proietta nelle menti disperate dalla desolazione desideri ed ideali
di rinascita e visione di “tutte le terre promesse”. Raccolgo
insegnamenti per comprendere il valore delle esperienze più sofferte,
in questo cammino di sabbia con la fatica di un passo dopo passo
appesantiti da un terreno in cui si affonda sino alle caviglie, cioè
su una superficie sulla quale non vorremmo umanamente mai camminare,
là si rivelano e ricevono le più importanti chiamate al servizio della
umanità. A Mosè è toccato
la liberazione di un popolo dalla schiavitù. A Gesù la riconciliazione
fra il Creatore e la creatura. A Maometto il deserto e la sua natura
hanno ispirato l’Islam e la Chary’ha.
Tutto
ciò fa riflettere e tutti i casi presentano un denominatore comune:
tutti e tre ottennero per cosi dire “l’investitura nel deserto”.
Perché tutto questo? Cosa rappresenta il deserto. Luogo disperato ed
assoluto, assente di cibo e acqua in equilibrio tra la vita e la
morte, il deserto è il limite reale e simbolico. Quando cade la
pioggia o si verifica un’alluvione, il deserto si rinnova ed è tutto
un pulsare di vita: erbe, fiori, piante ed insetti si moltiplicano.
Poi, con il passare del tempo, l’acqua svanisce, l’erba ingiallisce,
il terreno si fa spoglio ed arido, la vita sembra dissolversi. Il
terreno si screpola, le zolle vengono sfaldate dal vento e si riducono
in polvere, ecco la sabbia a testimone dell’ultima fatica della
natura. Il desertoè anche il simbolo della solitudine, dell’essere
perso, dell’abbandono totale, della morte ma anche della speranza di
ritrovare la pista che porta alla “terra promessa”.
Marino Alberto Zecchini