
DOUIRAT LA MONTAGNA DI CRISTALLO
![]()

![]()
![]()
Giunsi
in questo luogo per la prima volta nel 1986 e compresi subito di
trovarmi in una delle cittadelle berbere tra le più rappresentative di
tutta la regione degli ksur del sud est Tunisia. Questo antico
villaggio appollaiato sulla falesia come una sorta di gigante, domina
la valle dove l’alito dei Santi Marabutti spira e pervade ancora
l’aria del posto. Le numerose gubbet (casupole di marabuti)
distribuite nel gigantesco cimitero ai piedi del monte creano una
sorta di visione mistica, la cittadella sulla vetta staglia i suoi
ruderi nel cielo intensamente blù, sui due versanti della falesia gli
anfiteatri naturali dove si sviluppa l’antico villaggio sono come
gironi danteschi. Douirat era nella storia di questi luoghi il
riferimento più importante della regione. Le carovane provenienti dal
Chad avevano
scelto questa tappa perchè era il primo incontro con gente civile dopo
essere rimasti tra le sabbie roventi del deserto per alcuni mesi.
Douirat era ed è il centro da cui la piste si diramano verso Gabes,
Douz e Kebilli e a est verso Beni Barka e Tripoli. Punto chiave di
rifornimento e di contatto con l’umanità. La lingua parlata tutt’oggi
a Douirat è il berbero, il così detto jebelia (lingua della
montagna), che, per gli specialisti è chiamato amazigh, cioè la
medesima, se pur con qualche variazione della lingua touaregh. Le
carovane che erano per la maggior parte dei casi condotte e popolate
da mercanti touaregh potevano intendersi e comunicare. Gli arrivi in
questo centro di vasto interesse commerciale e culturale hanno portato
nel corso
dei
secoli molti personaggi, tanto, che a Douirat la leggenda e la realtà
si amalgamano, dando vita a miti che avviluppano la cultura degli
abitanti rimasti. Gli undici piccoli mausolei distribuiti nel grande
cimitero sottostante la cittadella sono solo alcune delle
testimonianze storiche di uomini che hanno lasciato un indelebile
ricordo, sono state nel passato le dimore di uomini provenienti da
differenti luoghi del Sahara ed ognuno di loro ha impresso nella gente
Duiri la propria storia, il messaggio da loro portato ha
arricchito e caratterizzato la gente del villaggio sino ai nostri
giorni. Sulla parte ovest della cittadella, dove vi è un anfiteatro
naturale in cui si snodano le abitazioni troglodite che seguono la
montagna, è visibile incastonato tra alcuni ruderi un grande fico, la,
si trova una costruzione che dall’esterno può sembrare un piccolo
ribat affiancato da una bassa torretta di pietre, questa è
Jamaa el Karma, la moschea del fico. Una moschea di origine
ibadita scavata molti secoli fa nel ventre della montagna, all’interno
della moschea alcune colonne sorreggono la volta di pietra, in
direzione della Kaba (Mecca) si trova il mihrab ricavato
in una nicchia, sulla destra una porticina di legno chiude un piccolo
antro dove sono collocati i libri sacri. All’esterno un rivolo
accoglie le rare piogge convogliandole in una cisterna da cui è
prelevabile acqua, vicino tre posti per le abluzioni e l’ingresso
della torretta che è il minareto della moschea, le scale salgono a
chiocciola e strette nel budello di passaggio, sulla cima una apertura
permette
di uscire all’esterno dove il muezzin chiama alla preghiera, da
questa postazione il paesaggio è bello, di una dolcezza beatificante.
All’uscita del cortile sul lato sinistro si trova uno spazio adiacente
ad una dei sei frantoi per la produzione dell’olio presenti a Douirat,
durante la stagione delle spremiture, un asinello viene legato alla
trave di legno che spinge il perno con la macina sulla piattaforma di
pietra, le olive piangono di dolore, e rilasciano lacrime di
buonissimo olio che cola in un contenitore scavato nella roccia. Dopo
alcuni metri una mulattiera sale zizagando sulla montagna, verso la
cima si vedono cristalli di quarzo che escono come diamanti dalle
rocce, tutta la montagna è di cristallo, ovunque nicchie e pietre
brillano ai raggi del sole, una miniera per il raccoglitore.

Sulla
vetta il paesaggio è sconvolgente si ha l’impressionante sensazione di
librarsi in volo, sul costone proprio a strapiombo della mosche del
fico si è di fronte alla cittadella, da li è possibile abbracciare in
un sol colpo un maestoso paesaggio. Proseguendo sull’altipiano si
scopre un inatteso ambiente agricolo fatto di uliveti e di campi
arati, nel mezzo una pista che porta a Chenini in tre ore di cammino.
Sull’altipiano, in direzione ovest ad un centinaio di metri dal
termine della salita si scorge una piccola costruzione di pietre, una
nicchia in direzione di Mecca e due file di pietre tracciano una sorta
di limite dell’area sacra, questa è la mosche a cielo aperto di
Douirat, poco più avanti un altare sacrificale sui margini di un
piccolo solco. Questi due siti compongono insieme una rarissima
testimonianza dell’Islam del passato, quando la moschea non era ancora
una costruzione ma un tracciato a terra, un luogo per parlare
attraverso la preghiera con Allah senza altra necessità che la
terra ed il cielo. In questo luogo si radunano tuttora gli abitanti di
Douiret per le cerimonie di matrimoni e circoncisioni, arrivano
numerosi a piedi e a cavallo di asinelli portando
masserizie e cibo,
si istallano dentro l’area sacra della mosche a cielo aperto per
sancire l’accoglimento di nuove coppie all’interno della società,
sull’altare di pietra sono sacrificati gli animali, prima a Dio, poi
tutti insieme si cibano ringraziando in nome di Dio, Il Clemente, il
Misericordioso (Bismillah er Rahamani er Rahimi). Sulla altura
che si trova verso la pista in direzione di Chenini a circa
cinquecento metri dalla mosche a cielo aperto si osserva la cupoletta
della gubba di Sidi Buhuna, uno dei numerosissimi Santi
di Douiret. Viene spontanea l’idea che qui, la spiritualità permei
tutto, l’aria purissima, le grotte che sono il ventre materno della
terra, la durezza del clima, l’aridità del suolo, il quarzo di cui è
costituita tutta la montagna, il silenzio e la solitudine sembra che
formi nella mente degli uomini sensibili la possibilità di unirsi a
Dio. Riprendendo la mulattiera e dirigendosi verso la cittadella la si
raggiunge in dieci minuti di cammino. Questo è il monumento storico
più importante costruito all’inizio dell’insediamento, un agglomerato
di pietre, grotte e gorfa che hanno costituito il centro della
vita sociale dei primordi. Molte delle costruzioni si presentano
ancora in piedi, talune su tre piani altre catastroficamente cadute.
Un camminamento semilabirintico conduce sino al centro dell’antico
abitato. Sulla sinistra si aprono brecce su strapiombi da capogiro.
Douirat era stata costruita in questo luogo ed in questo modo per
permettere agli abitanti la difesa dagli attacchi delle bande arabe
nel periodo seguente alla invasione delle tribù beduine dei Banu
Hilel e dei Banu Selim, quando i rapporti tra mondo arabo e
berbero era ancora conflittuale. Dalla rupe il paesaggio è
sconvolgente, ipnotico, sulla schifa (corridoi di accesso alle
grotte) l’aria si carica d’ossigeno, qui si interiorizzano i
pensieri, si ritorna al passato in cui il villaggio era vivo con il
fermento della umanità di un tempo. Il gruppo, la tribù, il clan, e
la famiglia erano i caposaldi di questa indipendente e nobile umanità.
La cittadella, organizzata sulla base della città stato della antica
Grecia, era il crogiolo dove cultura, spiritualità, onore e lavoro si
amalgamavano in un unico e collettivo obbiettivo. Al centro vicino
alla moschea l’antica “agora” del villaggio dove il consiglio degli
anziani proponeva, giudicava ed elaborava nuove idee. Dove la vita
politica sociale ed economica erano pervase da quello spirito
universale e religioso tuttora percepibile. Io occidentale, io
italiano ne sono completamente affascinato, stordito ed inebriato,
nell’ossigeno della schifa mi perdo in una esaltata ammirazione per il
luogo e la gente.
Il Centro di accoglienza di Douirat
Una piccola parte delle rovine di Douirat sono risorte restaurate. Grazie all’alacre lavoro di un gruppo di volontari, una associazione sorta nel 1998 denominata:
Association de Sauvegarde de la Nature et de Protection de l’environnement de Douirat.

Diretta da un uomo intelligente e lungimirante il mio amico Signor Casem , aiutato da un gruppo di volonterosi e la partecipazione di una Associazione italiana Con meravigliata curiosità osservo il lavoro eseguito e noto che nulla è lasciato al caso, la straordinaria istintività creativa degli antichi costruttori è totalmente riproposta. I colori, le linee, si fondono con l’ambiente naturale nell’aria purissima di un cielo dal colore intenso. Ecco Douiret.
Marino Alberto Zecchini