
L’ANIMA DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL SAHARA DI DOUZ
La manifestazione tradizionale si svolge
nel grande spazio di Hinich sulle dune alla periferia della
cittadina di Douz. Questo avvenimento dove un tempo sfilavano solo
cavalieri e dromedari in una grandiosa giostra di costume da alcuni
anni si è finalmente arricchito di una consistente anima
intellettuale, fattore indispensabile per tenere vivo e fermare nella
memoria l’autentico spirito del Sahara perché tutto non scada come
stava avvenendo in una espressione semplicemente spettacolare.
L’anima
del Festival Internazionale del Sahara di Douz consiste in un
seminario sui temi del deserto, un incontro in cui in ogni ricorrenza
annuale si confrontano numerosi esperti provenienti dal mondo arabo e
dall’occidentale. L’autore e l’iniziatore di questa manifestazione è
dovuto alla lucida intelligenza del Professor M'hamed Hassine Fantar
che presiede la “Chaire Ben Ali pour le Dialogue des Civilisations et
des Religions” a cui va il merito e l’impegno di mantenere viva in
Tunisia e non solo, l’attenzione sul delicato equilibrio
naturalistico ed umano del deserto. Durante
gli incontri degli scorsi anni sono stati presentati lavori, ricerche
e progetti che hanno affrontato un vasto spettro di discipline: gli
aspetti geologici, nelle sue principali categorie: desertificazione,
morfologia del territorio, ricchezze sotterranee. Il mondo
floro-faunistico nelle competenze zootecniche, alimentari e
medicinali e l’uomo, attraverso ricerche antropologiche, etniche e
storiche che hanno spaziato dal periodo primitivo attraverso le
testimonianze litiche ed archeologiche sino ai giorni odierni. Le
relazioni e gli interventi proposti, eseguiti anche con sistemi
moderni ed informatici hanno a tutt’oggi formato un archivio di studi
che costituiscono una importante piattaforma da cui lanciare nuove
ricerche di quella parte di superficie terrestre che da alcuni autori
è stata descritta come “la terra vaga”. Il deserto che si trova a sud
delle zone altamente urbanizzate della costa nord africana
rappresenta nell’immaginario della popolazione delle città la parte
arretrata da modernizzare, ma è anche pensato come uno scrigno di
ricchezze misteriose di cui tutti sono in attesa di trarne profitto.
Giacimenti di minerali preziosi, petrolio, uranio ed altri beni sono
immaginati nascosti tra le dune, il tesoro ambito sognato e
affannosamente ricercato come nel film: “Les Baliseur du Désert”. Ma
il deserto è anche la fonte di molte delle tradizioni che hanno
formato l’identità del popolo tunisino e più in generale nord
Africano. Il deserto è il crogiuolo delle tre religioni rivelate:
l’Ebraismo, per la permanenza del popolo ebraico durante i 40 anni
dopo la fuga dall’Egitto, periodo in cui questo popolo ha avuto la
rivelazione del decalogo sul monte Sinai con tutte le implicazioni
simboliche che si estendono al mondo intero.
Il
Cristianesimo in cui il deserto diventa il luogo del digiuno e della
spiritualità, dove il Cristo è stato tentato dal demonio. Luogo di
ritiro delle prime congregazioni cristiane che hanno prodotto quella
tipica spiritualità dei “Padri del Deserto” tuttora viva nel
misticismo cristiano e nella vita monastica. L’Islam, o meglio il
mondo musulmano permeato di vita e simbologie che si fondono con le
tradizioni antiche e moderne che tutt’ora insegue un sogno di purezza
fortemente ambientato nei luoghi che più somigliano a quelli della
rivelazione del Profeta. L’idea assunta del deserto e tutte le sue
inplicanze sono lo spazio di riferimento per il compimento di una vita
carica di ideali in cui il deserto diventa palcoscenico. Il rapido
cambiamento degli aspetti politico-sociali che la Tunisia ha subito
dal periodo post-coloniale hanno formato nell’immaginario collettivo
modi differenti di intendere il deserto, per questo è necessario oggi
esaminare il tema all’interno di una nuova dialettica. Il deserto,
caricato di tutte le idealizzazioni ha creato nuove aspettative e si
è aperto ad un mondo che gli era sconosciuto si sono scoperte in esso
nuove potenzialità economiche e culturali. Non solo lo sfruttamento
del sottosuolo con i pozzi petroliferi lo hanno abitato con parametri
e categorie diverse dal passato, ma soprattutto il turismo sahariano
ha creato un impatto sociale ed ambientale che necessitano di
osservazioni e studi affinché si producano indirizzi che non snaturino
l’ambiente e la ricchezza culturale della gente che lo abita. Il
deserto deve a mio avviso rimane quel territorio dai valori
interiori e esteriori capaci di innescare una vasta riflessione a
beneficio soprattutto della realtà sociale del sud. Una riflessione
che conferma e si unisce allo sforzo che il Professor M'hamed
Hassine Fantar compie nella elaborazione degli studi sul mondo
sahariano. Quest’anno i temi del colloquio internazionale si
svolgeranno a Douz dal 27 al 30 dicembre su due poli principali
della tradizione storico sociale della gente del sud: “la tenda e il
palmeto”, ovvero il nomadismo e l’oasi. Due poli che si amalgamano
nella vita reale in un solo binomio: il “seminomadismo".
Quella realtà sociale svoltasi in quei territori nel lento passare dei
secoli, che oggi si presenta ancora vivente ma carica di modi e metodi
modificati velocemente nell’ultimo e breve spazio temporale ha subito
una sorta di trauma che ha provocato nei valori e nei modi di vita
locale un cambiamento ambientale e di costume reso visibile dal
mutamento degli spazi oggi affollati da sguardi curiosi che giungono
con le auto fuoristrada come alieni da un altro pianeta. Dalla
presenza di castelli-hotel ospitanti una popolazione che svolge una
vita lontana da ogni comprensione. Forme nuove di benessere ma anche
costruzione di confini artificiali, di isole in cui si svolgono
avvenimenti che non si amalgameranno se non con uno studio profondo ed
adeguato dell’impatto con la popolazione locale. La tenda e il
palmeto sono simboli ma anche la realtà di una vita trascorsa in
questo mondo di sabbia dalla gente del sud Tunisia. La tenda vissuta
come una casa e l’altro come terreno da dissodare e rendere fertile
sovente in una lotta impari per la sopravvivenza. La tenda che non è
solo il rifugio della famiglia ma muta funzione durante tutti i
momenti allegri e drammatici della famiglia. Luogo del riparo, del
sonno, dagli sguardi indiscreti, luogo di gestazione della vita e
della morte che a differenza di una dimora fissa prende le sembianze
del luogo adattandosi alle grandi dune amalgamandosi a loro nella
forma. Simbolo d’estensione del clan e della tribù dell’uomo nel vento
del deserto. Casa mobile di pelo (bit chaa’r) della primavera (r’bya)
portata in transumanza (mah’rul). Parole che nel linguaggio
beduino hanno un valore sconosciuto alla gente della città. Nelle
città del nord quando si pensa all’oasi si ha una visione di un luogo
bucolico che per opera della natura si è magicamente formato tra le
dune di sabbia: una sorgente, un gruppo di palme, una comoda sedia
lunga e l’uomo che sorseggia una fresca bibita. Nulla di più falso
poiché noi che nel deserto ci siamo a lungo vissuti sappiamo che
l’oasi è sempre un prodotto dell’ingegno e della fatica umana. Il
frutto di estremi sacrifici, il conto delle gocce d’acqua necessarie
senza spreco, che il maestro d’acqua elargisce affinché il terreno sia
fertile. La sua agricoltura, che gli esperti hanno definito
“intercalare” cioè su tre livelli: il cappello fogliare dell’albero
principe che è la palma (nahkla) che difende dagli implacabili
raggi solari il terreno sottostante e permette la piantumazione e
coltivazione di alberi da frutto di cui i più esemplari sono il fico (karmus)
e il melograno (rummen) e in fine più in basso gli ortaggi.
Questa palma, che l’uomo asseconda e la pone alla distanza vitale
l’una dall’altra per creare con i rami (jerid) la necessaria
copertura affinché il vapore che sale dal terreno verso l’alto si
riconverta in miliardi di goccioline d’acqua ricadenti a terra
recuperando umidità e formando quel microclima necessario alla
esistenza dell’oasi. E poi, le oasi non sono tutte eguali,
almeno tre sono le tipologie: ci sono le oasi cosi dette filiformi,
cioè che la piantumazione è eseguita ai margini di uno wed
(fiume) come la più grande oasi del Sahara che è l’oasi del fiume
Nilo che si stende per centinai di chilometri. L’oasi di depressione
che è la tipica oasi del sud Tunisia e cioè che sono realizzate ai
margini di grandi zone lacustri come il Chott el Jerid in cui
l’umidità è presente attraverso le falde freatiche del sottosuolo che
giungono dalle vicine montagne. Ed in fine le oasi sono anche
realizzate in pieno erg tra le alte dune di sabbia come nell’Wed Suf
Algerino. Gli uomini capaci, ma soprattutto tenaci scavano dei veri
crateri nel bel mezzo di alte dune, invasi anche di alcune centinaia
di metri di diametro sino a scoprire il terreno duro sottostante dove
vengono piantate le palme.
Con
questo tipo di oasi l’agricoltore è consapevole che per mantenere vivo
il palmeto sarà costretto per tutta la vita a vuotarlo dalla sabbia
portata dal vento. In questa tipologia le oasi sono chiamate: oasi
puntiforme” per il tipico disegno circolare ad occhio verde tra l’ocra
delle dune circostanti visibile con i rilievi aerei. E’ anche vero
che in questi ultimi tempi grazie alle innovazioni agricole e alla
lungimiranza del governo, i sistemi agricoli e pastorali tradizionali
sono mutati, ma noi intellettuali e sognatori del Sahara sappiamo che
questo substrato ideale, immaginato e reale vogliamo non sia ucciso
ma che sia profondamente considerato per non perdere quelle radici e
quei valori che il deserto esprime, quel deserto che ci accompagna
nelle nostre introspezioni scientifiche, letterarie resta la sorgente
di insegnamenti e percorso anche dei nostri deserti interiori.
Marino Alberto Zecchini