
JENI E FANTASMI DEL DESERTO
Dall’alto di un monte nel deserto tunisino osservo: l’orizzonte è lontano e prima del limite vedo solchi di fiumi del passato che si diramano come vene disegnando forme giganti stese sul terreno. Osservo gli elementi dinamici, la luce folgorante che rifrange sulle rocce ed il vento che trasforma i paesaggi logorandoli in forme antropomorfe. Solo, sulla vetta esamino con le mie spinte emotive il paesaggio che subito diventa inevitabilmente la proiezione dinamica delle mie pulsioni sensibili. Il piacere di lasciarmi catturare dalla meraviglia si compone in gioco letterario, le parole che enfatizzano spingono i miei pensieri oltre il reale pur consapevoli di scaturire da una sorgente certa, il “deserto concreto”. Anche la scrittura entra nel processo dinamico come la luce ed il vento ed il paesaggio con i suoi corpi perdono la loro neutralità acquistando i miei elementi di narratore. La natura tutt’attorno riflette la mia influenza, la mia cultura la mia memoria personale oltre a quella collettiva della mia civiltà d’appartenenza.
...l’orizzonte è lontano e prima del limite vedo solchi di fiumi del passato che si diramano come vene
Ognuno crea il proprio deserto vuoto o popolato dai suoi fantasmi personali, vi entra e nel gioco interattivo fa vivere le anime più nascoste. Il deserto diventa il luogo in cui il sogno e la realtà si amalgamano e camminano insieme in un mondo che sembra non esiste ma che diventa sempre più reale intessendo tra immaginato e reale un forte e misterioso legame. La solitudine, che ha sempre sul fondo un po’ del sentimento dell’abbandono e dello sgomento è la madre di questi sogni, che nascono allo scopo di esorcizzare il luogo, che resta sempre nell’immaginario il luogo della paura. Emozione, sempre presente quando la solitudine acuisce l’isolamento interiore. Ed oggi, qui dall’alto del monte risuscito anime intagliate ed incastonate nella roccia, visi di jeni giganti che mi osservano, che si raffrontano con me, immobili in una smorfia beffarda, chiedono di essere liberati nel vento come le bianche nuvole che sfiorano la loro testa. Chiedono che mi confronti con i misteri e la vastità del deserto, la sua superficie cangiante, con le piste che si cancellano da un’ora all’altra, dove il sole spinge inesorabilmente i suoi raggi infuocati come martello sull’incudine delle mie tempie e la sabbia che con l’arco solare muta colore dissolvendosi in mille variazioni cromatiche. Qui dall’alto del monte, nella terra del silenzio, la parola acquista un altro peso, ritrova il suo stato aereo e nel testo scritto unisce il suo destino a quello dei granelli si sabbia, miliardi di inutili parole, miliardi di inservibili granelli di sabbia si compongo sublimandosi in meravigliosa poesia.
…qui dall’alto del monte risuscito anime intagliate ed incastonate nella roccia, visi di jeni giganti che mi osservano…
Sogno e realtà sono sfere parallele che si fondono, condizione obbligata per non perdersi in questa pista dove in un istante si cancellano i riferimenti del senso. Voci narranti di jeni del deserto in grado di dare un senso al presente e al passato sono gli strumenti per il passaggio di stato dalla materia allo spirito, punto di fusione dell’essere e del divenire. Prospettiva vertiginosa di uno spazio infinito in cui sorge un alba ogni giorno che muta continua le figure e il colore donandomi il verbo capace di viaggiare sul limite di un immaginato reale. La sabbia ed il vento colorano il cielo di un ocra leggero, le parole e la sabbia continuano a fondersi unendosi in un patto d’amore mentre il genio sorride: si sente il creatore. Scrittura errante di uno spazio emblematico di un deserto sempre di fronte, da attraversare, desiderio sempre presente di andare oltre, di definirne il cammino, di fare di esso un percorso ed uno strumento per capire la vita, esplorandone gli angoli più nascosti per ritrovare l’identità perduta. Io cittadino metropolitano contrappongo lo spazio della civiltà al “selvaggio”, un luogo per nascita non posseduto, mancante ma cercato nel mio onirico tempio dove si traduce in erranza e in ricerca dell’incontro dell’altro, che si fa mezzo di acquisizione e di rappresentazione della visione di un mondo che oscilla tra realtà e metafora usata come dispositivo di conversione di quegli spazi interni ed esterni, un luogo desertico in cui si intrecciano significati profondi, forse un procedere anomalo, staccato dalla coerenza temporale, fatto di sconfinamenti da un tracciato, di deviazioni ed insabbiamenti a volte risucchiato negli spazi onirici dall’immaginazione e dalla memoria.
Marino Alberto Zecchini