IL DESERTO E LA “PAROLA”

 Il deserto è un luogo sul limite, sul confine tra il reale e lo spazio interiore, un luogo dove la solitudine e l’immensità possono condurre “oltre”. Il deserto può divenire il passaggio, la porta per giungere dentro le origini dell’uomo perché là esiste solo l’essenziale, l’assoluto, come all’inizio del mondo. La solitudine diventa paradossalmente la fedele compagna di viaggio. La solitudine ed il silenzio, combinandosi con i maestosi paesaggi possono condurre i pensieri in uno spazio intermedio tra le due realtà, quella reale e quella interiore. Un “nuovo” spazio da esplorare in cui è possibile cercare potenzialità intercomunicanti tra il pensato ed il concreto. Qui si trovano i simboli dell’infinito, quelli del mondo deserto fatto di dune, di nomadi e di oasi e quelli  dell’”io che  si presentano simili nella desolazione e nella ramificazione  di piste nascoste, di misteri e territori e di incontri da cui si ascoltano gli echi di un mondo ancora da scoprire. Qui si trovano i simboli che se intuiti diventano veicoli di viaggio per andare “oltre” l’apparenza, per spingersi in nuovi territori di conoscenza. 

Qui nello spazio di mezzo si intrecciano i significati di tutti i credi  che diventano uno, come uno è Dio. Ed alla domanda di che cosa è l’uomo, cos’è la sabbia, il vento, il fuoco, si ascolta l’eco  che dice sono io, sono io, sono io.

Lo sforzo intellettuale per unire le diverse filosofie religiose in un sincretismo è superato, inutile perché  scontato.   Qui  s’incontrano le parole, il “verbo” che diventa veicolo e simbolo  delle  narrazioni. Uno spazio chiuso ed infinito  dalle mille porte,  come sono infiniti i pensieri e le parole.

I simboli sono i veicoli e le chiavi per viaggiare ed aprire le porte del mistero.   Ed il viaggio è una  storia che  inizia dalla superficie del termine “ viaggiare” che nella sua struttura semantica nasconde tutti i significati della vita, che mi pone come perpetuo protagonista in ogni momento sui percorsi: viaggiare in un luogo, viaggiare con te, viaggiare in un idea o in un sogno.  Sfere comunicanti di un unico momento. Viaggiare nell’anima mentre il piede calpesta incessante la terra reale ed arida. 

Il deserto oltre l’apparenza, quando, si presenta con tutta la sua sacralità, il linguaggio non riesce a verbalizzare e catturarne tutto il significato ed allora ci si affida al “cuore” come l’innamorato che ignora i termini dell’amore e li sa esprimere solo con goffi sentimenti. Un gioco  tra la possibilità di instaurare un senso attraverso le parole e la loro negazione. Il deserto non è che deserto, un luogo senza punti di riferimento dove mi perdo provando l’immenso piacere di perdermi come ci si perde piacevolmente  nel momento della morte dopo la sofferenza.

Visione e realtà  restano comunicanti, conviventi per volontà e aspirazione. Per esistere contemporaneamente nel sogno, ambedue reali e concreti, in equilibrio tra due baratri; la brutale realtà del mondo e l’abisso dell’”enigma”. Come in un corpo ermafrodito che non desidera l’altro vivendo il sesso degli angeli. Rifugio ed esilio dal terrore e dal male operato nel mondo. Spazio di mezzo dove esistono tutti i frutti della fantasia, dove la realtà si pone nella sua autentica visione, dove tutto esiste e nulla sussiste. Nuovo territorio percepito sino ad ora solo dai narratori di fiabe che ora diventa  paese d’esplorazione. Il deserto è l’ultima terra dove esiste il passaggio, la porta per andare “oltre”. Il linguaggio  stenta ad esprimere il senso per povertà di termini nel descrivere un mondo ancora sconosciuto.  Quante volte ho ripercorso la pista nell’incertezza della mia infinita ignoranza nel tentativo di comprendere il simbolo, la chiave, per aprire una delle mille porte.  Le cose non sono mai solo per come appaiono, così come un solo nome non basta a darne il senso.

 

Quando nel deserto trovo una porta, essa mi risucchia  dentro e percorro nella nebbia confusa tra la realtà e l’illusione uno spazio sconosciuto. Là  cerco di trovare una  nuova definizione per segnare un nuovo riferimento, per porre una “balise” e tracciare nuovi percorsi in direzione degli enigmi. Nel labirinto dei sogni la parola si aggrappa al significato divenendo realtà stabile e sicura, illuminando per un istante verità altrimenti nascoste. Mistero e forza del verbo, arma strategica dell’uomo, forza basica di tutte le evoluzioni, di tutte le conquiste umane. La parola è una  formula magica comunicativa, interattiva ed esplicativa, penetrante, ma ancora in gran parte sconosciuta, che prende origine dagli abissi del tempo e dal desiderio di vivere e sopravvivere dell’uomo. La parola è come una interrogazione senza fine che permette di avvicinarsi al senso su cui si  posa e finalmente mostra una nuova verità prima indicibile. Il deserto è l’ultima porta d’ingresso alle origini dell’essere perché il mondo restante ha perso le sue forme originali, storpiate ed annullate da una umanità corrotta, non più capace di ascoltare e vedere ma impegnata nella spazio delle volgarità economiche. Questo spazio di mezzo resta oggi  lo spazio  in cui è possibile la riconciliazione con lo stato originario dell’”essere”. Dove è possibile una metamorfosi inversa per riacquistare la purezza perduta, un atto che riveste una sacralità e un mistero. Il passaggio dalla condizione di ignoranza  al riconoscimento di parti sconosciute ottenuto nella continua ricerca attraverso la formula: “la parola” che  è  sempre metafora  aggiungendo un nuovo valore capace di spingersi in territori aldilà delle apparenze. La sua oscillazione tra il valore superficiale e il senso esoterico stabilisce il percorso di quel senso che sta al di là della rete, nello spazio di mezzo tra il reale ed il”sogno”.  Ed è in questo percorso che si diramano i fiumi, numerosi come vene di un corpo, ramificati in mille direzioni, sino ai limiti dove il sangue si trasforma in idea e muove impulsi che non sono più liquidi ma si trasformano in sentimenti.

 

Marino Alberto Zecchini

 

 

 

I