
Rapporto di una esplorazione nelle moschee sotterranee Ibadite del Jebel Demmer
“Preliminari per un percorso spirituale”
Ci
troviamo nella valle dei monti Demmer, 600 chilometri a sud di
Tunisi, sul versante est del Jebel Dahar, la dorsale che
partendo da Matmata prosegue verso sud est e poi procede in Libia,
dove prende il nome di Jebel Nefusa. In questo luogo incastrato
nel deserto, tra i più inospitali della terra nel cuore dei monti
del sud, più di mille anni fa, alcune società di Ibaditi, unite
dalla propria visione spirituale e dalle prove di una durissima vita,
ha costituito dei vasti insediamenti abitativi scavati orizzontalmente
nella montagna, grotte abitazioni e moschee, luoghi impregnati di
profonda spiritualità. Il nome Ibaditi deriva dall’arabo Ibadiyya
che, identifica una setta musulmana considerata eretica, una
ramificazione dei Kharigiti, fondata da ‘Abd Allah ibn Ibad,
vissuto in Mesopotamia nel VII° secolo d.C..
Gli
Ibaditi, conquistarono l’Oman, e fondarono poi alcuni staterelli
nell’Africa settentrionale, quello dei Midrariti di Sigilmasa nel 722,
quello dei Rustamidi di Tahart nel 757, ed altri stati minori.
Gli Ibaditi, sono tuttora diffusi in Algeria nello Mzab, in Tunisia
all’isola di Gerba, in Tripolitania nel Gebel Nefusa, in Oman e a
Zanzibar, ove si distinguono per i costumi molto rigidi, per la loro
profonda
dedizione allo studio del Corano e per la loro dottrina egalitaria,
caratteristica che ha influito notevolmente nella storia della
diffusione dell’Islam tra le popolazioni non arabe.
Tuttora
i villaggi da loro fondati nel sud Tunisia sorgono appollaiati sui
dirupi delle falesie dei monti, abbarbicati su costoni erosi
dall’acqua di oceani di epoche geologiche del passato. Le
abitazioni sono scavate nella dura roccia su strapiombi vertiginosi.
Gli uomini hanno oggi abbandonato l’idea “ibadita” ma le tracce di
questo passato hanno lasciato profonde testimonianze nella cultura
attuale di questo nobile popolo. Se i ruderi non fossero lì a
testimonianza della storia, così concreti, così visibili, sarebbe
difficile credere che esseri umani hanno avuto l’ardire di costruire
i loro rifugi, le loro residenze, e le loro moschee, in luoghi tanto
impervi e disagiati.
La moschea sotterraneo di Allula
Nelle vicinanze di Beni Keddach il picco Ez Zemzem è il più
importante riferimento geografico della nostra esplorazione, con i
compagni di lavoro: El Hocine Achemi e Mohammad el Hedi
ci mettiamo in cammino. Questi due uomini sono nella regione i
maggiori esperti e conoscitori di questi luoghi, professori nelle
scuole superiori locali, hanno dedicato molti anni dei loro studi alla
storia ed alle antiche rovine della regione. Il primo luogo
preso in esame sono le rovine di Allula, sotto le quali
scopriamo un ingresso, una grotta.
All’interno
si apre un grande vano e la volta della grotta è sostenuta da sei
massicce colonne ricavate direttamente dalla pietra, una architettura
di sostegno della complessa e nel medesimo tempo creata dallo
spontaneo lavoro di uomini capaci di realizzare “una architettura
senza architetti”. La luce fioca della nostra lampada fa comparire
sulle pareti e sulle volte delle colonne scritte arabe e disegni,
messaggi potenti di un lontano passato. I disegni simbolici si
susseguono, tratti incrociati, forme decise e significative, quadrati
e losanghe in cui i lati sono collegati da linee che partono da un
nucleo e che convergono poi tutte nel punto centrale, come se tutto
fosse collegato ed unito, in una metafora della connessione della
periferia di un universo rivolto in un'unica direzione, quella di Dio.
E poi, foglie di palma stilizzate nella allegoria di una cornice
chiusa. Parafrasando un passo coranico, la gente del posto dice che la
palma è un albero sacro, zuccherato come l’essenza della beatitudine.
Sulle pareti scritte arabe bismillah ar rahmani ar rahimi, (nel
nome di Dio clemente e misericordioso) è la formula proposta, la
chiave per iniziare ogni percorso nella baraka di Allah.
Al visitatore di passaggio da queste parti sembra di trovarsi in un
monastero a cielo aperto, il silenzio, la natura, l’aria purissima,
l’armonia della vita comunitaria, regolata da una severa disciplina
religiosa, ha creato questa terra di pace dove i figli di Dio potevano
concentrarsi sulla preghiera e vivere in armonia. Gente dall’animo
puritano e pietistico a cui si aggiunge l’esaltazione del duro lavoro,
considerato un dovere religioso “il lavoro è la chiave del
Paradiso, l’ozio è il peggiore dei peccati”. l’enfasi su questa
fede interiorizzata, su una relazione con Dio, basata sulla conoscenza
diretta del Corano.
Jamaa ‘ardi (la moschea della terra)
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L’interno
della moschea rivela un ambiente profondamente suggestivo, un
microcosmo isolato in cui il tempo sembra essersi fermato. Le
preghiere e i riti secolari si ritrovano dentro i simbolismi, nei
disegni, negli spazi per le prostrazioni, come se le anime del passato
fossero ancora li, presenti attorno a noi.
Popolo perseguitato, espulso da ogni dove, fino a che scelsero di
insediarsi nei luoghi più impervi e lontani del mondo allora
conosciuto, all’isola di Jerba, nel Nefusa e qui, sui
monti del sud Tunisia. Con le loro mani scavarono pozzi profondi,
costruirono terrazzamenti e dighe per sfruttare le rare piogge fino
all’ultima goccia. Questo popolo, lontano dalle contese territoriali,
e da ambizioni di dominio, chiuso in una comunicazione diretta con il
divino è stato per secoli una comunità autonoma e autosufficiente
forgiatasi su uno stile di vita fatto di necessità essenziali,
l’acqua, l’olio, i fichi, l’orzo e i datteri, sempre in lotta contro
l’estrema ostilità del deserto. Il corso della storia, i suoi
cambiamenti epocali, hanno mutato solo alcune apparenze di questi
luoghi. Dentro le viscere delle montagne si nascondono tesori
archeologici, scritture, disegni, graffiti e bassorilievi che
raccontano il dialogo umano con la terra, con la vita e con il divino.
Sotto i ruderi della fortezza di Mannit ci sono caverne e
lunghi cunicoli scavati con le mani, che si snodano nella montagna,
labirinti di fuga, in cui era riposta la certezza della sopravvivenza
dalle incursioni degli invasori. Pericolosi dedali in cui si potevano
perdere le tracce del ritorno.
Bled Zit (Il paese dell’olio)
Questo è il paese dell’olio d’olivo: bled Zit, apparente
paradosso, per una regione arida come questa, ma, negli alvei di
ruscellamento dei monti, nei solchi degli widian, sin dai tempi
remoti degli insediamenti Ibaditi sono stati realizzati
terrazzamenti (jessur)e bonifiche in cui l’albero principe è
l’olivo. Dentro le grotte ricompaiono simboli, disegni e bassorilievi
di maggiore interesse e sono costituiti da misteriose scritture in
lettere arabe che diventano leggibili solo se riflesse da uno
specchio, perché scritte al contrario. L’affascinante ricerca delle
motivazioni di una scrittura al contrario apre un ventaglio di ipotesi
varianti dalla professione di una nuova fede: l’Islam, che
giunge in lingua araba, che in quell’epoca che potremmo definire proto
islamica non era ancora conosciuta in quei luoghi, a significati
misteriosi per l’uso inverso dei caratteri che potrebbero costituire
una sorta di cripo scrittura esoterica.
Arcani simboli della cultura, chiavi di porte mistiche. Segni
potenti dai significati non sempre comprensibili, che ancor oggi si
ripropongono nei tatuaggi, delle donne, sulle marchiature animali, sui
muri delle case, sui tappeti, nei portali e in tutte quelle
manifestazioni che si intende dare un sacro significato, filo di
collegamento culturale tra l’antico e l’attuale. Radice che si perde
nel passato che produce possenti rami da cui affiorano freschi
germogli nella cultura dei popoli d’oggi.
Marino Alberto Zecchini