FESTA DI PRIMAVERA A NALUT – LIBIA

A Nalut giunsi in questo luogo per la prima volta 20 anni fa e compresi subito di trovarmi in una delle cittadelle berbere tra le più rappresentative del Jebel Nefusa,  il massiccio montuoso che sfila a  250  kilometri nell’entroterra parallelo al mare della grande Sirte.  Questa è la porta d’ingresso alla immensa Hammada el Hamra, una regione che gli arabi chiamano  Fezzan grande come l’intero nord Italia. Qui, appollaiato sulla vetta di una ripida falesia sorge Nalut un antico villaggio fondato più di 1000 anni fa  dagli Ibaditi una setta musulmana dai costumi severi. Il nome ibaditi deriva dall’arabo Ibadiyya setta musulmana considerata eretica dall’ortodosso sunnismo, ramificazione dei karigiti, fondata da  un tale 'Abd Allah ibn Ibad, vissuto nel VII secolo d.C. Ogni anno in corrispondenza della primavera si ripropone da secoli una sorta di raduno delle tribù provenienti dal Sahara  e dalle montagne, si riuniscono festosi in un rituale che nel complesso dona il benvenuto alla stagione mite e l’addio ai rigidi rigori invernali. In questa epoca in cui le antiche tradizioni  del deserto sono fortemente contaminate dal modernismo occidentale e dalla presenza del regime politico di Mohammar Gheddafì, le espressioni e i metodi arcaici della vita del deserto si sono in parte modificati, ma… in questa occasione è possibile assistere il riproporsi di una vita antica  un riflesso di costumi che io occidentale riaggancio ad un immaginario biblico fatto di uomini, madonne saggezza e spiritualità. Le carovane giungono da lontano per assistere alla festa, i dromedari riottosi per la stanchezza reclamano il loro riposo, tutte le tribù sono riunite. Una voce  racconta da dove giungono le carovane, la fatica, ed il merito di esser oggi qui. Il racconto è infarcito di ricordi, di  gesta eroiche, di antichi percorsi di cammellieri  che sfidavano l’immenso deserto e le piste che venivano chiamate le piste della  sete e della morte. Sotto la tenda si sono assiepati gli anziani in una sorta di riunione clanica,  la tenda di oggi è la medesima tenda biblica degli Ebrei, degli Arabi e di altre tribù sparse in Africa e in Asia, dal Marocco al Tibet. Il sistema costruttivo è dei più antichi, ciascuno degli undici teli della tenda sul tabernacolo, menzionata nell'Esodo, hanno le stesse dimensioni dei teli attuali e la loro lunghezza e larghezza (30 cubiti x 4) è accuratamente specificata sulla Bibbia. La riunione clanica è un rituale sempre proposto a tutti gli uomini, o meglio ai patriarchi, ogni volta che si presenta uno occasione rilevante, e questa della festa di primavera è certamente un importante incontro di tutti gruppi sedentari o nomadi della intera regione di Fezzan.La tenda in questa occasione  si trasforma in una agorà beduina, dove si riunisce il consiglio degli anziani chiamato dagli arabi el Miad - en aien nhega,  tutto il consiglio è  coeso ad un capostipite il ras el cabila  di cui è il riferimento spirituale. Tutti attorno i bambini, giocano felici come tutti i bambini del modo, ma qui a differenza dei bambini d’occidente si ingegnano  con pezzetti di latta e fili di ferro nella costruzione di immaginari veicoli, di ruote giranti e di carretti  di cui le ruote sono cuscinetti di vecchie auto rottamate. La dolcezza delle bambine è commovente i loro giochi sempre misurati  sono il preludio di una vita fortemente moralizzata. Nel mortaio viene pestato  un po’ di incenso mentre le canzoni melodiche zuccherano la compagnia. Bambine agghindate di gioielli si sentono già donne, il grande  anello che gli corona la fronte sembra  rompere la loro ingenuità trasformandole in piccole donne pronte al matrimonio. Le adolescenti, consapevoli della loro femminilità in esplosione sono attente, misurate nei movimenti nascondono come possono la  loro sessualità con la dolcezza, amano come le ragazze  d’occidente farsi concupire ma non possono mostrare agli adulti e soprattutto ai loro familiari questo naturale e istintivo sentire. Le donne sedute a terra e tutte insieme iniziano a strillare un potentissimo zagarit, un grido acuto e modulato muovendo velocemente la lingua con la bocca aperta, assordante ed insieme impressionante.    Un grido tipico  delle donne di tutta l’Africa del nord  che viene emesso in occasioni di festa e di dolore, nella esultanza della felicità  e per necessità come grido di battaglia per incitare gli uomini. Le donne, velate come vuole la tradizione,  stringono tra i denti un lembo del baknug ( grande scialle di lana) sbirciano con un solo occhio dalla fessura dello scialle mentre parlano dei figli della famiglia e dei loro malanni allo stesso modo che le donne anziane delle nostre parti. In un lato della piazza la gigantografia di Ghaddafi è presente, imponente, con il suo aspetto austero, controlla lo spirito politico di tutti  presenti.  Sotto le tende le donne iniziano la lavorazione della lana con gesti che si  perdono in tradizioni millenarie,  metodi di lavorazione, lavatura, cardatura e filatura… che da sempre ha costituito la più importante ricchezza della regione, sono eseguiti nel medesimo modo e con gli stessi utensili  di epoche bibliche Primitivi arcolai e telai per la tessitura sono issati e affrancati tra le palerie della tenda pronti per la  tessitura di coperte, tappeti e capi d’abbigliamento. Altre donne con il mulino manuale (raha)  viene girato, un pugno di cereali viene posto nel buco centrale, i semi scendono e vengono frantumati dalle due pietre sovrapposte, poi di lato sulla pelle, scende la farina.  Il fuoco e acceso con degli sterpi e accanto si impasta in una bacinella, farina, acqua e sale. Una piastra di ferro grezzo ricavata da una lamiera d’auto è posta sul fuoco dopo averla pulita con la sabbia  vi è steso sopra  l’impasto. Questo è il pane chiamato destra, il pane che qui ancor più che in occidente  ha un valore sacro poiché è tuttora  alimento base  e cosi realizzato  come  all’inizio dell’esistenza dell’uomo.Sovente il saluto più caldo tra la gente del deserto suona in arabo:  nark degla u halib,  (che questo giorno sia per te datteri e latte), il saluto più caro, il miglior auspicio che nel Sahara, cibarsi di datteri, zuccherini fino alla vertigine è un privilegio raro ed ambito. Le donne indaffarate prendono i datteri ad uno ad uno snocciolandoli per poi inserirli in un otre di pelle di capra ( sciacqua)  allo scopo di essere conservati a lungo. Un tempo era il solo zucchero esistente necessario alla sopravvivenza ed in questo otre era  conservabile per molti mesi, il tempo necessario per le  lunghe traversate transahariane. Sotto la tenda le donne muovono le otri di pelle di capra piene di latte, un movimento che produrrà in fine per ogni otre una noce di burro che verrà cotto e conservato come succedaneo per la cottura di tutti gli alimenti. I semi sono tostati…la macina gira ..e la vita nel deserto  continua… il cantastorie ammonisce.. dice che questa vita vale la pena di essere vissuta.

Marino Alberto Zecchini